Sorveglianza sanitaria

Medico del lavoro: sorveglianza sanitaria e malattie professionali

sorveglianza-sanitariaIl medico del lavoro tra infortuni lavorativi e malattie professionali: proponiamo un riepilogo dei cambiamenti dell’ultimo ventennio nella normativa in materia di salute e sicurezza, con qualche interessante spunto per il futuro.

Uno degli aspetti più importanti (e difficili) nel lavoro del medico competente è l’aggiornamento. Nel caso della sorveglianza sanitaria, l’aggiornamento è reso più arduo da una normativa che in due decenni è stata sottoposta a ben tre cambiamenti; nel 1994, nel 1996 e nel 2008. L’ottobre scorso si è tenuto a Milano il convegno “A 20 anni dalla 626/1994: quali risultati possiamo valutare?”: tra gli argomenti trattati ci sono state le trasformazioni subite dalla legge che regola la responsabilità delle imprese e, più in generale, il sistema che regola la prevenzione dei rischi lavorativi.

Le tendenze degli ultimi 20 anni
Il convegno di Milano, introdotto da un intervento di Claudio Calabresi, ha messo in evidenza alcuni punti che interessano professionisti della sicurezza e medici del lavoro in generale: negli ultimi anni l’andamento degli infortuni è diminuito, mentre il tasso di malattie professionali è aumentato, in particolare le patologie osteo-artro-muscolo-tendinee.

Al convegno è stato poi posto l’accento sull’importanza di non limitarsi a considerare infortuni e malattie. La sorveglianza sanitaria del medico del lavoro deve considerare anche patologie e situazioni psico-fisiche che pur non essendo tipicamente di origine lavorativa possono avere effetti sulla qualità della vita dei lavoratori.

Previsioni per il futuro
La normativa che regola sorveglianza sanitaria e malattie professionali è, come detto, fluida e in continua evoluzione. Già in questi anni si stanno mettendo in modo cambiamenti che avranno importanti conseguenze in ambito sanitario. Parliamo della crescita della terziarizzazione e della progressiva diminuzione delle attività manifatturiere, della crescente frequenza con cui un gran numero di lavoratori cambiano attività e mansioni. Fenomeni sociali come precarizzazione, non-lavoro, disoccupazione alternata a lavori instabili sono destinati a cambiare profondamente il lavoro del medico competente e l’intero sistema della sorveglianza sanitaria sul luogo di lavoro.

Questi cambiamenti riguarderanno distribuzione e tipologia degli infortuni e, soprattutto, le patologie professionali: il medico del lavoro dovrà far fronte ad una progressiva scomparsa degli schemi tradizionali.

In conclusione
Il convegno ha cercato di arrivare ad alcuni punti fermi.
Per affrontare al meglio le malattie professionali, il medico del lavoro deve guardare oltre il nesso individuale di causalità e valutare il “disease burden”, l’impatto di un problema di salute sul lavoratore che può essere determinato da vari fattori.
Nell’attesa che anche la normativa si aggiorni in questo senso il medico del lavoro deve comunque “far buon uso degli strumenti basati sul computo dei casi di malattie per le quali sia stata individuata una causa lavorativa e che sono ormai disponibili per la programmazione e la valutazione del lavoro di prevenzione”.
(FONTE: http://www.puntosicuro.it/sicurezza-sul-lavoro-C-1/tipologie-di-contenuto-C-6/sorveglianza-sanitaria-malattie-professionali-C-60/le-conseguenze-della-normativa-sulle-malattie-professionali-AR-15393/)

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Medicina del lavoro e mobbing

Medicina del lavoro e mobbingmobbing e medicina del lavoro: definizione e punti di connessione

Medicina del lavoro e mobbing sono due ambiti che apparentemente hanno poco in comune e vanno quindi tenuti ben distinti.

Tuttavia, medicina del lavoro e mobbing vengono accomunati quando si parla di stress sul posto di lavoro: vale quindi la pena spendere due parole a riguardo.

La definizione di mobbing include una varietà di comportamenti che si verificano nell’ambiente lavorativo e che possono includere abusi, scorrettezze, vessazioni, umiliazioni, emarginazione nei confronti di uno o più lavoratori. Le dinamiche che possono portare al verificarsi di queste situazioni sono numerose.

Per chi si occupa di medicina del lavoro, il mobbing interessa in quanto fonte di stress lavorativo: si tratta di una condizione di disagio psico-fisico che si verifica normalmente a causa di fattori di rischio di carattere fisico (es. pioggia, rumori forti, condizioni climatiche), ma che può avere anche cause psicologiche, come nel caso del mobbing. La medicina del lavoro ha come compito la prevenzione di comportamenti che possono essere causa di stress lavorativo e quindi di incidenti: il mobbing diventa quindi uno dei fattori di rischio all’interno del posto di lavoro.

Per i professionisti di medicina del lavoro il mobbing può essere quindi una causa di stress lavorativo, ma non può accadere il contrario: il mobbing infatti è frutto di un atto volontario, al contrario i fattori di rischio lavorativo sono spesso causati anche da una mancata organizzazione e gestione dei rischi nell’ambiente di lavoro.

Volendo approfondire gli aspetti legislativi della medicina del lavoro, il mobbing ad oggi non viene considerato un reato penale fino a che non venga certificato come causa di danno fisico o psichico al lavoratore. Se la prevenzione dei rischi è il principale obiettivo della medicina del lavoro, il mobbing costituisce quindi un “terreno minato”: pur esistendo precise implicazioni in ambito sindacale non esistono leggi specifiche.

Esistono tuttavia normative regionale in ambito di mobbing a cui gli esperti di medicina del lavoro possono fare riferimento. Regioni come Veneto, Lazio, Abruzzo, Umbria e Friuli – Venezia Giulia hanno stilato una serie di norme volte a limitare tutti quei comportamenti classificabili dalla medicina del lavoro come mobbing.

Tuttavia, la mancanza di una normativa penale in ambito di mobbing e medicina del lavoro ha come conseguenza la pratica definita “sindrome della certificazione”, che vede i lavoratori insistere in comportamenti il cui scopo è ottenere una certificazione di ripercussioni della sfera psichico-fisica (secondo un percorso simile a quello dello stalking).

Il tema del mobbing, per la medicina del lavoro, è quindi molto delicato. Come in altri casi, anche qui il medico del lavoro è obbligato a destreggiarsi con un sistema legislativo ambiguo e arretrato. Si avverte una volta di più la necessità di un impianto giuridico risolutivo che elimini le zone d’ombra tra mobbing e medicina del lavoro, permettendo il medico competente di rilevare e prevenire anche rischi di carattere psicologico.

FONTE: http://www.medicocompetente.blogspot.it/2010/02/stress-lavorativo-e-mobbing-da-non.html

 

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Ruolo del Medico del Lavoro

Il ruolo del medico del lavoro ruolo medico del lavoronel pronto soccorso aziendale: un caso di studio

Pronto soccorso sul posto di lavoro e medico competente: considerazioni e analisi di un caso di studio.

Per quanto riguarda la formazione agli addetti al primo soccorso aziendale, il medico del lavoro deve fare riferimento al D.M. 388/2003: la procedura di formazione deve quindi essere ripetuta ogni 3 anni.

Data la varietà delle situazioni in cui il medico del lavoro si trova a dover operare, è consigliabile ricordare alcuni punti fermi. Anzitutto, l’addetto al Primo Soccorso Aziendale è un elemento fondamentale dell’organico dell’azienda, che deve essere formato dal medico del lavoro all’attivazione dei soccorsi e, successivamente, ad intervenire con sicurezza anche nei grandi infortuni.

È importante ricordare che il medico del lavoro non è obbligato a formare un singolo addetto al Primo Soccorso. Anzi, sono pochi i luoghi di lavoro dove un medico competente può non aver bisogno di almeno due addetti al Primo Soccorso: nel caso che un addetto al primo soccorso sia infortunato, è fondamentale che vi sia un secondo lavoratore che il medico del lavoro abbia propriamente formato. Inoltre, nel caso si renda necessario effettuare una rianimazione cardio-polmonare, la probabilità di successo è notevolmente aumentata qualora il soccorso venga prestato da almeno due soccorritori.

Infine, il medico del lavoro dovrebbe assicurarsi che ogni addetto abbia sempre a disposizione un mezzo di comunicazione che gli permetta di attivare i soccorsi senza allontanarsi dal paziente (es. telefono cellulare con “viva voce”).

In una delle aziende prese in esame, il medico del lavoro ha promosso la presenza di presidi per la rianimazione cardiopolmonare, anche alla luce del fatto che il principale parametro che determina la possibilità di salvezza di chi viene colpito da malore cardiaco è il tempo che trascorre tra l’evento e l’inizio della rianimazione cardiopolmonare.

Il medico del lavoro ha quindi fornito le cassette di primo soccorso di un pallone ambu munito di reservoir e di una bombola di ossigeno. L’adozione di attrezzature “insolite” ha spinto il medico del lavoro a  tenere il corso di primo soccorso con cadenza annuale annuale con specifica formazione nell’utilizzo dei nuovi presidi.

Nel 2010, l’attività del medico del lavoro dell’azienda sopracitata è stata messa alla prova. Un lavoratore è stato accompagnato in infermeria con dolori dietro allo sterno, entrando poco dopo in arresto cardiaco. Immediatamente sono state eseguite le manovre rianimatorie e veniva chiamato del 118.

Si è quindi comunicato all’operatore del 118 la presenza di D.A.E. (Defibrillatore semiAutomatico Esterno) e di personale preparato per l’evenienza. Come da programma, gli addetti al Pronto Soccorso hanno seguito le indicazioni telefoniche del 118, riuscendo a riavviare il battito cardiaco dell’infartuato.

Nell’ottica del medico del lavoro, questo caso è quantomeno esplicativo: per rendere più sicuro il luogo di lavoro, il medico competente deve poter essere libero di svolgere la propria funzione oltre ai limiti minimi disposti dalla legge. La libertà operativa del medico del lavoro dipende tuttavia, oltre che dalla propria iniziativa, dalla disponibilità dei dirigenti dell’azienda.

FONTE: http://www.anma.it/wp-content/uploads/2012/12/MCJ_4_2011.pdf  (Gino Barral)

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Medico del lavoro e disabilita'. Il ruolo del medico del lavoro nel collocamento del personale invalido: consigli e osservazioni

La collocazione di personale invalido è uno dei compiti più delicati che il medico competente del lavoro si trova ad affrontare. In questo articolo proviamo ad analizzare le criticità, le questioni etiche e le necessità di sicurezza sul lavoro che il medico competente deve risolvere.

 

medico del lavoro e disabilitàCome si comporta un’azienda nei confronti di un lavoratore invalido? Quali sono i protocolli stabiliti dalla legge? Soprattutto, quali sono i compiti del medico competente del lavoro e in che modo può costui facilitare la vita della persona invalida?

Sono questioni complesse, la cui risposta è direttamente collegata alle diverse caratteristiche di ogni ambiente lavorativo. Più ancora la risposta dipende dagli svariati  protocolli seguiti dai vari enti di volta in volta coinvolti: ASL, Ufficio del Lavoro, Aziende, fino al medico del lavoro stesso.

 

Anche qualora ogni ente segua da vicino le normative previste, le differenze intrinseche tra queste hanno come conseguenza un’ulteriore complicazione del lavoro del medico. È necessario quindi stabilire un modello operativo univoco mirato alla comunicazione ed alla gestione dei diversi casi, fornendo al medico competente strumenti efficaci e concreti.

 

Il primo compito del medico competente del lavoro è fornire il necessario supporto alla dirigenza dell’azienda durante la fase di assegnazione di compiti e mansioni, avendo cura nel frattempo di proteggere la salute e la privacy dei lavoratori coinvolti.

L’intervento del medico competente del lavoro nel caso di un paziente invalido si declina in due fasi: primo, deve verificare che l’attività lavorativa non comporti conseguenze negative per il lavoratore; secondo, deve rilevare eventuali difficoltà e limiti da parte del lavoratore nell’esecuzione dell’attività assegnatagli.

Solo successivamente il medico competente del lavoro può approvare l’assegnazione del lavoratore invalido. Si presenta qui la prima contraddizione: il medico competente del lavoro può eseguire la visita medica solo dopo che il lavoro è stato assegnato alla persona, senza che si conoscano quindi le condizioni di salute di quest’ultima.

Non è insolito, infatti, che il medico del lavoro si ritrovi nella condizione di dover operare “a cose fatte”: ovvero, dopo che il lavoratore affetto da invalidità sia già stato assegnato definitivamente ad una posizione lavorativa.

 

In questo senso, si sono per fortuna compiuti dei passi avanti. I medici del lavoro possono infatti contare sulle indicazioni (per quanto generiche e limitate) fornite dalle certificazioni di invalidità in merito alle attività che il lavoratore è in grado o meno di fare.

Allo stesso modo, la situazione risulta più facile per il medico competente qualora si faccia uso della convenzione tra l’azienda interessate e gli Uffici del Lavoro: lo scambio di informazioni è in questi casi più efficace e proficuo e permette un inserimento più oculato della risorsa all’interno dell’organico aziendale.

 

In conclusione, per il medico competente del lavoro si rende necessario un sistema integrato mirato allo scambio di informazioni che porti ogni soggetto coinvolto nelle varie fasi di collocazione lavorativa dell’invalido. Solo in questo modo il medico competente del lavoro può garantire che all’individuo siano affidati compiti che è in grado di svolgere e che tali compiti non comportino un rischio per la sua salute.

Per maggiori informazioni sui miei servizi di Medicina del Lavoro a Milano chiami il numero 3331313382. 

Opero come medico del lavoro anche a Pordenone. Visitate il sito medico del lavoro Pordenone per maggiori informazioni.

 

FONTE: http://www.anma.it/wp-content/uploads/2012/12/MCJ-2_2012.pdf (Gilberto Boschiroli)

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Medicina del Lavoro e Call Center: analisi di un caso di tenosinovite

Quali sono i rischi del lavoro nei call center? Uno studio eseguito da un medico del lavoro si concentra sul caso di una ragazza affetta da tenosinovite cronica.

La tenosinovite è una patologia che colpisce i tendini della mano. Per quanto riguarda la medicina del lavoromedicina del lavoro callcenter, la tenosinovite è uno dei rischi principali dei telefonisti, in particolari dei lavoratori di call center.

Il medico del lavoro deve cioè prevenire la patologia quando, nel corso della giornata, il lavoratore si trova a ripetere costantemente e ossessivamente lo stesso gesto, spesso costretto a rispettare ritmi di lavoro molto alti.

Il caso analizzato è quello di una giovane teleseller con tenosinovite cronica conclamata.

Lavoratrice full time presso uno dei maggiori call center del Nord Italia, viene visitata da un medico del lavoro per la prima volta all’età di 29 anni, nel 2009: la visita dà buon esito e non rileva nessun rischio e nessuna patologia.

Il secondo incontro con un medico del lavoro avviene l’anno seguente, su richiesta della lavoratrice. La causa è una sospetta artrite psoriasica, diagnosticata in seguito al presentarsi di tumefazioni agli arti superiori (soprattutto al braccio destro), episodi di rigidità e difficoltà di movimento dei polsi. In questa occasione il medico del lavoro ha provveduto inoltre a formare (nuovamente) la paziente circa la corretta postura da tenere durante il lavoro; il medico del lavoro ha inoltre verificato ciclicamente la presenza nelle postazioni di poggiapolsi per mouse e tastiera e mouse di dimensioni ridotte, così da ridurre la tensione dei tendini estensori della mano.

Nell’Aprile del 2011 il medico del lavoro verifica il persistere della tumefazione all’arto: gli esami confermano la presenza di una tenosinovite ai tendini estensori della mano destra e si decide di procedere all’operazione. Nei mesi seguenti tuttavia la paziente continua a lamentare dolori e mobilità ridotta al polso. Al medico del lavoro non resta che consigliare periodi di pausa dal lavoro. Il medico specializzato raccomanda inoltre la rinuncia all’uso del videoterminale, cambiando quindi l’attività lavorativa, e si dà inizio ad un ciclo di controlli trimestrali con risonanza magnetica ed ematochimici. La donna viene successivamente spostata da mansioni di teleseller al lavoro d’ufficio, con maggiori possibilità di gestire le proprie pause e ritmi più rilassati.

Nel corso dei due anni successivi, risulta chiaro al medico del lavoro e medico curante che la tenosinovite, nel caso specifico, è conseguenza diretta del lavoro di teleseller; in particolare alla difficoltà di mantenere una postura corretta ed all’impossibilità di impostare ritmi di lavoro autonomi.

Il medico del lavoro ha inoltre considerato gli aspetti “psicosociali” della questione, sempre più spesso accostabili a patologie muscolo-scheletriche.

In conclusione, lo spostamento della paziente a mansioni di office worker, assicurando così un alleggerimento dell’affaticamento dell’arto superiore e maggiore autonomia organizzativa, è stato un fattore decisivo nel mantenimento dell’attività lavorativa.

L’analisi di questo caso conferma che la necessità dell’individuo di lavorare in condizioni di salute, obbliga oggi il medico del lavoro ad un impegno crescente, ben oltre il livello di una sorveglianza sanitaria di routine, ma necessita di nuove conoscenze e competenze, sia tecniche che ergonomiche.

 

FONTE: http://www.anma.it/wp-content/uploads/2014/04/Interno_MCJ2-SD.pdf (Paolo Santucci)

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Il medico del lavoro e gli addetti ai video terminali

Come cambia il ruolo del ​ medico del lavoro ​ nella sorveglianza sanitaria dei videoterminalisti: lo screening ergoftalmologico nel ​ lavoro del medico ​ competente.

Uno dei compiti del ​ medico del lavoro ​ è la “sorveglianza sanitaria”: si tratta di tutte quelle azioni, o “atti medici”, che hanno come scopo la “tutela dello stato di salute e sicurezza dei lavoratori, in relazione all’ambiente di lavoro”.
Il Decreto Legislativo 81/08 e s.m.i. tratta appunto questo argomento: il ​ medico del lavoro ​ è l’unico nel settore a dover portare avanti un’attività di sorveglianza legata a doppio filo alle caratteristiche ed alle modalità del lavoro di videoterminalista.

Nel caso specifico, il ​ medico del lavoro ​ si relaziona con gli addetti al videoterminale, toccando così con tutte le varie criticità ed ai possibili rischi per la vista legati a tale ruolo.
La selezione eseguita dal ​ medico del lavoro ​ deve risultare in una gamma completa e variegata di casi da approfondire con lo specialista: la collaborazione proficua tra quest’ultimo ed il ​ medico del lavoro ​ può risultare in diagnosi precoci, prescrizioni di correzioni ottiche o training ortottico.

Applicato all’attività del ​ medico del lavoro​ , lo screening ha la funzione, piuttosto che di diagnosticare o curare le patologia, di scremare le stesse, lasciando poi libertà di intervento al medico specialista della cui collaborazione il ​ medico del lavoro ​ si avvale.
A seguito del Decreto Legislativo di cui sopra, il ​ medico del lavoro ​ assume un ruolo di coordinamento tra i vari specialisti coinvolti, mantenendo la sua titolarità nell’attività di primo livello. Obiettivo del ​ medico del lavoro​ , oltre alla segnalazione di eventuali criticità nell’attività dei videoterminalisti, è il rilascio/rinnovo dell’idoneità alla mansione specifica.

Per quanto concerne il ​ medico del lavoro​ , nella definizione di “videoterminalista” rientra ogni lavoratore che utilizza “un’attrezzatura munita di videoterminali, in modo sistematico o abituale, per venti ore settimanali”. Queste venti ore devono considerarsi al netto delle interruzioni previste dalla legge e di cui il ​ medico del lavoro ​ deve sempre verificare il rispetto: una pausa (intesa come cambiamento di attività) che deve corrispondere a quindici minuti ogni due ore di applicazione continuativa al videoterminale.

Obiettivo finale della sorveglianza del ​ medico del lavoro ​ è la verifica di assenza di fenomeni di discomfort: in questo modo, il ​ medico del lavoro ​ garantisce il mantenimento dell’idoneità al lavoro del soggetto. La rilevazione del ​ medico del lavoro ​ deve inoltre basarsi da un lato sulle caratteristiche cliniche del lavoratore, dall’altro sulle caratteristiche dei compiti lavorativi a lui assegnati.

Tra gli strumenti a disposizione del ​ medico del lavoro ​ per lo screening ergoftalmologico ricordiamo i test per la refrazione (ovvero la messa a fuoco) e per la motilità oculare (ossia la capacità dei due occhi di lavorare assieme): sono queste, infatti, le funzioni dell’occhio che vengono utilizzate con più frequenza durante attività che richiedono un impegno visivo ravvicinato.

Concludiamo ricordando che l’efficacia, o meglio, l’appropriatezza della sorveglianza sanitaria del medico del lavoro ​ si valuta nel rapporto tra risultati ed obiettivi: in ambito sanitario l’efficacia viene inoltre definita come la capacità di fare le cose giuste alle persone giuste.

FONTE: RUOLO DEL MEDICO COMPETENTE ED EFFICACIA DELLO SCREENING ERGOFTALMOLOGICO DI PRIMO LIVELLO NEL VIDEOTERMINALISTA

di Paolo dott. Santucci

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​ Medico del lavoro – prevenire è meglio che curare

Prevenzione tramite semplificazione: come il ​ medico del lavoro ​ di ieri può diventare il medico del lavoro ​ di domani attraverso l’ottimizzazione delle attività svolte.

La strada per l’efficienza passa per la semplificazione, soprattutto per il ​ medico del lavoro​ : è quanto sostiene l’Associazione Nazionale Medici d’Azienda e Competenti. Certo, parlando di salute e sicurezza sul lavoro, e di tutte le implicazioni correlate, è difficile parlare di semplicità. Non è un caso che lo stesso Segretario Nazionale dell’ANMA abbia precisato

che la semplificazione del mestiere del ​ medico del lavoro ​ non deve assolutamente significare “il venir meno al rispetto dei livelli inderogabili di tutela”.

La professione del ​ medico del lavoro ​ deve quindi conoscere una semplificazione della burocrazia, non un abbassamento della qualità del ​ lavoro.

Il medico​ e la burocrazia non sono mai stati buoni amici, difatti sono state molte le misure adottate dagli organi preposti mirate allo snellimento delle procedure.

La questione “​ medico del lavoro ​ vs burocrazia” assume forme e connotazioni ben diverse nei vari paesi dell’Unione Europea. Sempre secondo l’ANMA, le differenze hanno origini anzitutto da un diverso rapporto tra lo Stato e la figura del ​ medico del lavoro​ : il contesto italiano è, come spesso accade, caratterizzato da una legislazione rigida e burocratica al limite dell’opprimente, in cui la regolamentazione viene imposta tramite un esteso sistema di sanzioni e provvedimenti penali.

L’impostazione europea circa la burocrazia del ​ medico del lavoro ​ si connota per una maggiore elasticità, limitandosi a stabilire dei principi di base e degli obiettivi fissi e rimettendosi poi alla competenza ed alla responsabilità del ​ medico del lavoro​ , che può così organizzarsi secondo le proprie necessità e preferenze per giungere al risultato richiesto.

Un cambiamento del sistema burocratico italiano in questo senso non potrebbe che giovare

alla professione del ​ medico del lavoro​ , con risvolti positivi quali una più rapida e semplice applicabilità delle norme, una maggiore sostenibilità delle stesse e l’aumento della consapevolezza e della responsabilizzazione degli stessi medici del lavoro.

Nel panoramana della semplificazione amministrativa, per la figura del ​ medico del lavoro comincia comunque a muoversi qualcosa. I governi avvicendatisi di recente infatti hanno dovuto prestare orecchio alle critiche provenienti dai vari portatori di interesse, inserendo la figura del ​ medico del lavoro ​ tra quelle interessate dal “pacchetto semplificazioni”, una proposta di legge del 2012 mirata alla semplificazione di adempimenti formali in materia di sicurezza sul lavoro.

Tali misure, come quelle che sono seguite, si sono spesso tuttavia rivelate inadatte a conseguire gli scopi, mancando largamente l’obiettivo e portando anzi ad un acuirsi della pressione burocratica sul ​ medico del lavoro​ , anche a causa dell’imponente impianto sanzionatorio.

Facendosi portavoce del sentire di ogni ​ medico del lavoro​, ANMA ha portato avanti un percorso mirato a a sollecitare una necessaria evoluzione del sistema. Primo passo di tale evoluzione deve vedere il ripensamento dell’impianto sanzionatorio per il ​ medico del lavoro​ , continuando poi con uno snellimento del peso burocratico mirato all’efficienza ed all’elasticità.

FONTE: Rendere più efficace l’attività del medico competente: semplificare per migliorare la prevenzione

di Dott. Ditaranto
Segretario nazionale ANMA

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Oscillazione per la prevenzione

L’Inail premia con uno “sconto” denominato “oscillazione per prevenzione” (OT/24), le aziende, operative da almeno un biennio, che eseguono interventi per il miglioramento delle condizioni di sicurezza e di igiene nei luoghi di lavoro, in aggiunta a quelli minimi previsti dalla normativa in materia (decreto legislativo 81/2008 e successive modifiche e integrazioni).

 

Possono beneficiarne tutte le aziende che:

  • sono in possesso dei requisiti per il rilascio della regolarità contributiva ed assicurativa ed in regola con le disposizioni obbligatorie in materia di prevenzione infortuni e di igiene del lavoro
  • abbiano effettuato, nell’anno precedente a quello in cui chiede la riduzione, interventi di miglioramento nel campo della prevenzione degli infortuni e igiene del lavoro.

Attraverso questo “sconto” si riduce il tasso di premio applicabile all’azienda, determinando un risparmio sul premio dovuto all’Inail.

In base al decreto ministeriale 3 dicembre 2010, che ha riscritto il testo dell’articolo 24 del decreto ministeriale del 12 dicembre 2000, la riduzione di tasso è riconosciuta in misura fissa, in relazione al numero dei lavoratori-anno del periodo, come segue:

lavoratori-anno         riduzione

fino a 10                          30%
da 11 a 50                       23%
da 51 a 100                     18%
da 101 a 200                   15%
da 201 a 500                   12%
oltre 500                           7%

Leggi il testo completo sul sito dell’INAIL

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L'uso del del defibrillatore

defibrillatoreLe malattie cardiovascolari sono la causa di oltre il 41% dei decessi registrati ogni anno in Italia; in particolare le morti cardiache improvvise,causate da aritmie maligne,colpiscono ogni anno 65.000 italiani. Un inizio precoce delle manovre rianimatorie è una condizione necessaria per salvare una vita ad una persona; circa il 60% dei 65.000 italiani deceduti per arresto cardiaco avrebbero potuto essere salvati se rianimati precocemente e se fosse stato applicato il defibrillatore, cioè una corrente elettrica attraverso il miocardio. Ogni minuto che passa dall’inizio dell’arresto cardiaco fa scendere al 10%circa le probabilità di successo della scarica elettrica e dopo 10 minuti i danni subiti a livello cerebrale diventano irreversibili.

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